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Scheda Riassuntiva
Anno Accademico 2014/2015
Scuola Scuola di Architettura e Società
Insegnamento 095043 - IMPIANTI E RETI PER L'EDILIZIA STORICA
Docente Grimoldi Alberto
Cfu 4.00 Tipo insegnamento Monodisciplinare

Corso di Studi Codice Piano di Studio preventivamente approvato Da (compreso) A (escluso) Nome Sezione Insegnamento
Arc - Urb - Cost (Mag.)(ord. 270) - MI (1136) ARCHITETTURAM12AZZZZ095043 - IMPIANTI E RETI PER L'EDILIZIA STORICA

Programma dettagliato e risultati di apprendimento attesi

Il titolo del corso rinvia a molteplici compiti. Si tratta di riconoscere, negli edifici del passato, le scelte costruttive e distributive e gli apparati adottati al momento della costruzione o nelle successive trasformazioni, pensate per assicurare un più elevato benessere termico, una migliore illuminazione, un più elevato livello igienico, e i sistemi di approvvigionamento o di smaltimento di fluidi scala cittadina, dagli acquedotti, alle fognature, all’illuminazione pubblica, dal gas fino all’elettricità e ai segnali. Non meno importante è stabilire come questi sistemi – nella misura in cui sono conservati, possano oggi servire ad assicurare standards ragionevoli per la vita contemporanea, e qual è il modo in cui integrarli per raggiungere l’obiettivo senza devastare la compagine muraria. Ovviamente,questi risultati debbono oggi essere conseguiti in modo coerente con gli obiettivi di risparmio energetico oggi diffusamente conclamati, anche se non sempre effettivamente perseguiti. Entra in gioco quindi l’interpretazione energetica degli edifici storici, oggi formulata con strumenti normativi del tutto inadeguati, ormai incoerenti con i più evoluti modelli interpretativi elaborati dalla ricerca più avanzata, soprattutto nel contiguo settore della conservazione delle opere d’arte, che ha tuttavia coinvolto in modo determinante anche gli edifici, attraverso la norma europea 15757.

 

Distribuzione e impianti storici.

La scelta dei materiali da costruzione e di rivestimento, la configurazione e la protezione delle aperture, i dispositivi per accrescere o gestire la ventilazione naturale, l’esistenza nelle dimore più ricche di spazi distinti a seconda delle stagioni, a seconda dei diversi climi, sono almeno a grandi linee noti, e la nuova attualità che il risparmio energetico ha dato a questi temi si affianca all’interesse crescente degli storici dell’architettura che ne hanno colto le possibilità come chiave interpretativa. Soprattutto, alle variopinte antologie di tempi e di luoghi, al racconto curioso, talora esotico, si stanno sostituendo più limitati contesti e nessi più diretti fra evoluzione del clima – vedi per esempio la diminuzione delle temperature medie in Europa fra Cinque e Ottocento - e i mutamenti che ne sono conseguiti negli edifici, quali la configurazione delle aperture e la progressiva complessità e raffinatezza dei sistemi di chiusura dei vani finestra.    

Anche i sistemi per il confort, gli impianti alla scala degli edifici, che si sviluppano lentamente nell’Età Moderna e decollano fra Sette e Ottocento, con la distillazione della legna e del carbone e con il motore a vapore, cominciano ad essere documentati e studiati nella loro dimensione edilizia.

Nel XX secolo, sono stati prevalentemente i sociologi a studiarli, ma essi con l’ammirevole eccezione di Wolfgang Schivelbusch, più che le loro caratteristiche costruttive e il loro ruolo negli interni si sono concentrati sulla reazione della società di fronte ai nuovi comportamenti che esse suscitavano. Queste prospettive tanto unilaterali hanno fatto dimenticare l’aspetto di apparecchi e reti, e ne hanno quindi facilitata la distruzione. Non è raro, soprattutto dall’inizio del Settecento, vedere nei palazzi più ricchi un ipocausto o un riscaldamento ad aria, e la loro diffusione si accresce rapidamente dal 1750 alla fine del Secolo dei Lumi. Gli edifici pubblici sono dotati di sistemi di ventilazione, che uniti all’illuminazione a gas, dai primi decenni dell’Ottocento, raggiungeranno il loro apogeo nei teatri. I manuali, che dall’inizio del XIX secolo forniscono le nozioni essenziali di fisica e i particolari costruttivi mostrano una chiarezza di principi che fa ancora riflettere, ben oltre gli ostacoli tecnici che ne rendevano molto complessa la realizzazione, come mostra il caso del calorifero ad acqua. Una straordinaria varietà di oggetti e di soluzioni – dal riscaldamento all’illuminazione alla distribuzione dell’acqua ai segnali, si succede per tutto l’Ottocento e la prima metà del XX secolo, e rispecchia il dialogo fra inventori e un apparato produttivo in formazione, in una dimensione sperimentale che si perde poi nella standardizzazione e nel formarsi di un apparato industriale consolidato, l’una e l’altro in rapporti quanto meno dialettici con l’innovazione … Se le reti, a scala cittadina e spesso territoriale – gli acquedotti romani – non erano mai venute meno, e gli acquedotti appunto, in diverse forme, continuano ad essere realizzati, anche se sono meno noti, per tutto il medioevo, non meno delle reti fognanti, l’illuminazione urbana, che dalla Parigi di metà Seicento si diffonde nel secolo seguente in tutta Europa, è all’origine delle reti di distribuzione dell’energia, anch’esse prima a scala urbana poi a scala territoriale. Con l’introduzione del gas e in modo ancor più determinante, dell’energia elettrica la concezione degli edifici subisce progressivi e radicali cambiamenti, e le reazioni degli architetti moderni davanti alle nuove possibilità ma anche agli aspetti che condizionano diversamente il progetto è di grande interesse, e si esplica anche nella configurazione degli spazi urbani, e gli impianti diventano, anche a questa scala, un importante elemento di disegno e di arredo.

Conoscere questo universo dimenticato non è solamente un dovere per il conservatore, che deve misurarsi con una idea di bene culturale più ricca e complessa, con le testimonianze della vita vissuta, ma offre allo specialista un aiuto ad uscire dalla gabbia delle idee scontate, a meglio comprendere e utilizzare le risorse offerte dall’esistente.

 

Gli impianti nel costruito storico

Fin dagli Anni Ottanta gli impianti hanno assunto un rilievo crescente nel progetto di restauro poiché il loro impatto era potenzialmente dirompente, anche se solo nel 2007 -08 le Linee Guida sulla prevenzione del rischio sismico sono arrivate a stigmatizzare i danni strutturali rilevanti che fori e canalizzazioni hanno causato agli edifici antichi.

Trent’anni fa le soluzioni più avanzate tendevano soprattutto a minimizzare la perdita di strutture e finiture storiche dovuta alla realizzazione di reti e canalizzazioni, mentre nella prassi corrente si tentava maldestramente di mimetizzarle o nasconderle, al prezzo di gravi sacrifici materiali e strutturali. Gli impianti costituivano nell’opinione comune una aggiunta necessaria a garantire la fruibilità, espressa come soddisfacimento di parametri ambientali (T, UR, lux…) definiti in percentuali costanti, a prescindere dai singoli contesti, che l’edificio in sé non sembrava in grado di soddisfare. Il restauro si è così occupato di impianti, riconducendo al proprio ambito e alle proprie categorie competenze sviluppate in settori contermini, come era già accaduto per il consolidamento, l’accessibilità, il trattamento delle finiture. Si trattava di negoziare volta per volta oculati compromessi, tra minimizzazione del danno materiale, riconoscibilità dell’aggiunta, permanenza dell’immagine, individuazione di soluzioni tipo più favorevoli, il difficile percorso che non a caso si snoda in ben quattro tomi del “Trattato di restauro architettonico” diretto da Giovanni Carbonara.

Un altro approccio, diverso e più raro, aveva altre origini, e applicava all’esistente una tecnica progettuale mutuata dal nuovo, cioè il disegno degli impianti – in grafici multicolori ben prima del calcolatore - e delle interferenze reciproche e soprattutto con la muratura, sulla traccia di elaborati sviluppati dall’architettura razionalista della Germania far le due guerre, ai fini dell’ottimizzazione del cantiere e dell’economia nella costruzione: molto spesso, negli edifici – e quindi anche negli edifici storici – i disegni degli impianti elettrici forniti dagli elettrotecnici non sono che schemi, e non molto diversamente succede per gli impianti termici, nonostante il ben maggiore ingombro di canalizzazioni e “frutti”.

Nulla naturalmente ha a che vedere questa visione con la teatralizzazione dell’impianto: puntando sul “contrasto” fra immagine antica e novità tecnologica, esasperando dimensioni, colori, visibilità e apparente funzionalità degli elementi meccanici si ritorna alla scenografia, si usa una chiave meramente formale, si ricorre a riferimenti limitati e in fondo impropri e infedeli, a un filone ben riconoscibile dell’architettura del secondo Novecento.

 

 

Edifici storici e risparmio energetico.

Un secondo itinerario rinvia alle esperienze di conservazione preventiva sviluppate in ambito museale (conservation standards): qui il clima interno era visto come fattore specifico di degrado delle opere, quindi anche di finiture e strutture degli edifici storici che ospitavano le collezioni.

Dal punto di vista dei parametri ambientali, fruibilità per le persone e conservazione dei materiali si sono rivelate spesso contrastanti, esigendo l’una valori di temperatura, umidità e illuminamento opposti a quelli dell’altra.

Attualmente la ricerca sul clima interno degli edifici storici si orienta in due direzioni. Da un lato il comportamento energetico dell’architectural heritage è studiato in termini di energy efficency, cioè come aspetto del generale problema della sostenibilità energetica del settore edilizio. D’altra parte, soprattutto nel settore dei musei, constatata l’inadeguatezza di una logica tendente a prescrizioni parametriche (cfr. UNI 10829:99, Appendice A) e alla progettazione di impianti in grado di ottenerle,si fa strada il concetto di clima storico nei termini codificati dallo standard EN 15757:2010, riscoprendo attraverso un atteggiamento prudentemente orientato all’ascolto del dato storico, all’analisi accurata e multidisciplinare del sapere – anche climatico – opere ed edifici sopravvissute per secoli in sostanziale assenza di un controllo attivo del clima interno, e che presumibilmente, nello stesso ambiente e nelle stesse condizioni sopravviveranno anche in futuro.

E’ di scarso interesse negoziare i parametri e i modelli normativi correnti di interpretazione degli edifici esistenti, di cui forse non a caso si è ridotta la cogenza e il campo di applicazione, di discussa affidabilità e fondamento scientifico, illudendosi di ridurre il danno. Occorre fondarsi sul loro comportamento idrico e termico effettivamente misurati per stabilire l’opportunità di una correzione passiva o attiva, aumentando l’isolamento o introducendo macchine, del clima interno e definirne la misura.

La cultura italiana è nel campo dell’energia ancora distante da questa situazione ottimale: la fisica degli edifici si è fatta strada con difficoltà, gli impianti sono progettati da ingegneri meccanici che spesso adattano al contesto le macchine, che effettivamente conoscono, sulla base di parametri elementari, per semplificare il calcolo, il meno possibile legati allo scambio con l’ambiente nel suo complesso.

 

Clima interno, impianti, edifici storici: i compiti attuali dell’architetto.

L’ultimo decennio ha tanto e sostanzialmente mutato il rapporto fra progetto degli impianti e conservazione del patrimonio architettonico e, più in generale, dei beni culturali, che le monumentali pubblicazioni che lo precedono hanno assunto essenzialmente il valore di estesa e preziosa raccolta di casi, per servire alla storia di un passato prossimo ormai trascorso.

Gli edifici e il loro comportamento idrico e termico sono tornati in primo piano, e i parametri e i modelli statici stabiliti dalla normativa per calcolare dispersioni e fabbisogni sono stati dimostrati inattendibili nelle sperimentazioni condotte anche su edifici nuovi. Si impone quindi di condurre opportuni monitoraggi e di far uso almeno di modelli dinamici. Lo sfruttamento o l’abile potenziamento dell’inerzia termica – più che dell’isolamento – traendo il massimo partito dalle irripetibili condizioni dei singoli contesti hanno già dato luogo a costruzioni esistenti quasi totalmente passive, e al contempo a interventi minimi.

La conoscenza e il recupero degli impianti esistenti, e non solo delle frequenti antiche canne fumarie come mero percorso, o la pur giusta salvaguardia dei “frutti” in materiali raffinati della fine del XIX o del primo XX secolo, ma delle canalizzazioni più recenti – comprese quelle elettriche – che possono essere riutilizzate mutando condizioni di esercizio, è un altro passaggio fondamentale.

Le aggiunte, i nuovi impianti, e in particolare l’uso di impianti innovativi, debbono essere dimensionati, valutati nel loro ingombro, nei materiali che li costituiscono, inseriti, in pianta e in alzato, alle diverse scale, nel disegno architettonico.

Quando le quantità lo permettano o lo richiedono, vanno anche studiate soluzioni e pezzi speciali.

Non da ultimo, occorre valutare il cambiamento nella percezione dei fruitori e nell’aspetto degli edifici che gli impianti nel loro funzionamento determinano: questo è particolarmente evidente (e altrettanto poco considerato) per la luce, ed è raro che ci si domandi quale doveva essere l’effetto che ci si riprometteva da un certo interno attentamente proporzionato e decorato, alla luce delle candele, del gas, o anche delle prime lampade ad incandescenza…

Più in generale, le stesse esigenze degli utenti non sono oggettive ed immutabili, ma sono l’espressione di mentalità, di contesti sociali, e le soluzioni tecniche non sono il frutto di uno sviluppo interno, dei progressi della emccanica dei fluidi o dell’elettrologia.

In altre parole, anche gli impianti rispondono in primo luogo ad una domanda, che muta nel tempo e trova le sue risposte, che è, in altre parole, storica: questo vale anche per oggi, e saper prefigurare nuove condizioni e nuovi modi d’uso è particolarmente attuale, poiché gli obiettivi di razionalizzazione del consumo di energia che oggi ci si propone sarebbero bene difficilmente raggiungibili se le abitudini odierne non mutassero.

Le conoscenze sopra enumerate non corrispondono oggi ad alcuna figura professionale, ma sono più prossime alle conoscenze dell’architetto che a quelle dell’ingegnere, o a quelle del fisico. Tuttavia, anche se al fisico è demandata la scienza delle misure, e all’ingegnere il dimensionamento e l’affinamento degli impianti meccanici, un buon risultato nasce necessariamente da un interesse reciproco per i rispettivi campi disciplinari, per la condivisioni, più o meno estesa, dei linguaggi.

 

Le lezioni

Le lezioni verteranno sui tutti i temi enunciati, dal riconoscimento degli impianti storici all’attualità, attraverso il commento di casi recenti o in corso. Per ciascuna lezione, saranno indicati gli approfondimenti bibliografici specifici, ad integrazione della bibliografia sommaria. Alcuni titoli importanti appariranno nei prossimi mesi.

Qui di seguito sono invece riportati sia indicazioni bibliografiche estese relative alla bibliografia generale e alcuni testi (anche articoli) meno recenti ma significativi.

Il riscaldamento nelle chiese e la conservazione dei beni culturali : guida all'analisi dei pro e dei contro dei vari sistemi di riscaldamento Milano, Electa, 2006.

Ambiente interno e conservazione: Il controllo del clima nei musei e negli edifici storici a cura di Davide Del Curto, Firenze, Nardini, 2010

Dean Hawkes. Architecture and climate : an environmental history of British architecture 1600-2000 / - London ; New York : Routledge, 2012. –

Federico M. Butera.Dalla caverna alla casa ecologica : storia del comfort e dell'energia  - Milano : Ambiente, [2007].

Wolfgang Schivelbusch; Lichtblicke: zur Geschichte der kunstlichen Helligkeit im 19. Jahrhundert; C. Hanser; München-Wien 1983. trad. it.Luce: storia dell’illuminazione artificiale nel XIX secolo, Parma, Pratiche, 1994

Robert Bruegmann “Central Heating and Forced Ventilation – Origins and Effects on architectural Design” in Journal of the Society of architectural Historians, 1978 n. 3 pp. 143\160.

Lawrence Wright “Clean and decent – the fascinating history of the bathroom & the water closet – Routledge & Kegan Paul, London 1960.


Note Sulla Modalità di valutazione

Gli studenti individueranno fra gli argomenti delle lezioni un argomento da sviluppare individualmente, sul quale, oltre che sui riferimenti fondamentali forniti dal corso, verterà l'esame orale.


Bibliografia
Risorsa bibliografica obbligatoriaWolfagang Schivelbusch, Luce:storia dell'illuminazione artificiale nel XIX secolo, Editore: Pratiche, Anno edizione: 1994
Risorsa bibliografica obbligatoriaAA.VV., Il riscaldamento nelle chiese e la conservazione dei beni culturali , Editore: Electa, Anno edizione: 2006
Risorsa bibliografica obbligatoriaDavide Del Curto ( a cura di), Ambiente interno e conservazione: Il controllo del clima nei musei e negli edifici storici, Editore: Nardini, Anno edizione: 2010
Risorsa bibliografica obbligatoriaDean Hawkes, Architecture and climate : an environmental history of British architecture 1600-2000 , Editore: Routledge, Anno edizione: 2012
Risorsa bibliografica obbligatoriaFederico Butera, Dalla caverna alla casa ecologica : storia del comfort e dell'energia, Editore: Ambiente, Anno edizione: 2007

Mix Forme Didattiche
Tipo Forma Didattica Ore didattiche
lezione
19.0
esercitazione
23.0

Informazioni in lingua inglese a supporto dell'internazionalizzazione
Insegnamento erogato in lingua Italiano
schedaincarico v. 1.6.1 / 1.6.1
Area Servizi ICT
22/02/2020